Una buona idea... Ma non ben sviluppata.
Seven Dreams è un libro difficile da recensire: ho finito di leggerlo diversi giorni fa… E ancora non sono convinta della sensazione che mi ha lasciato.
TITOLO: Seven Dreams
AUTORE: Giovanni Magliulo
AUTORE: Giovanni Magliulo
EDITORE: Panesi Edizioni
DISPONIBILE IN: Kindle (2,99 euro su Amazon)
TRAMA:
Un gladiatore, un operaio del Nevada, il capo di una tribù africana, un
orco cannibale, un’esperta di veleni, un rettile in grado di sputare
acido e un enigmatico cavaliere sadico vengono strappati alle rispettive
realtà e richiamati dal mago Eris nel regno di Duryan. Al gruppo viene
affidata la missione di assassinare Wizen, un incantatore sul punto di
aprire un varco tra le dimensioni allo scopo di muovere il proprio
esercito alla conquista di tutti i mondi. Lo sforzo per il sortilegio
appena lanciato uccide Eris, che prima di morire confida ai sette
prescelti di aver legato le loro anime con un incantesimo, allo scopo di
obbligarli a collaborare: se anche uno solo di loro dovesse morire,
allora morirebbero tutti. Con l’unica speranza di tornare alle
rispettive realtà riposta nelle mani dello stesso Wizen, ai prescelti
non rimane che tentare di sopravvivere tanto ai pericoli provenienti da
un mondo sconosciuto quanto alle loro stesse personalità disturbate.
RECENSIONE:
Abbiamo
letto questo romanzo in tre (io, Marta e un nostro amico), quindi questa
recensione, anche se scritta da me, è un po’ il risultato delle riflessioni di
tutti e tre.
Io e mia sorella ammettiamo di non essere esperte (e nemmeno troppo patite) di questo genere di fantasy quasi “classico” (molto più simile a un “Signore degli anelli” che non a uno Urban), mentre il nostro amico conosce meglio il genere e ne è molto più appassionato.
Nonostante a questa analisi abbiano partecipato ben tre teste, tutte e tre condividono una reazione simile a Seven Dreams: delusione. Ci aspettavamo un qualcosa di più… Che non è arrivato.
Io e mia sorella ammettiamo di non essere esperte (e nemmeno troppo patite) di questo genere di fantasy quasi “classico” (molto più simile a un “Signore degli anelli” che non a uno Urban), mentre il nostro amico conosce meglio il genere e ne è molto più appassionato.
Nonostante a questa analisi abbiano partecipato ben tre teste, tutte e tre condividono una reazione simile a Seven Dreams: delusione. Ci aspettavamo un qualcosa di più… Che non è arrivato.
Vorrei iniziare con una critica mossa dal nostro amico (un elemento che, probabilmente, interesserà di più a chi tra voi ama il mondo fantasy): l’ambientazione approssimativa. Magliulo non offre un panorama preciso e dettagliato dell’universo sconosciuto nel quale si muovono i personaggi. L’autore, forse, avrebbe voluto mostrarci pezzetto per pezzetto quel nuovo mondo, avrebbe voluto farci conoscere quella realtà insieme ai sette protagonisti… Ma, dopo ben 300 pagine, non salta fuori quasi nessun "pezzetto": alla fine del libro ci ritroviamo nella stessa situazione di ignoranza assoluta. I personaggi non scoprono niente, noi non scopriamo niente. È frustrante: non sappiamo nulla della geografia del regno, i personaggi camminano, camminano, e l’unica indicazione che ricevono è “Seguite la Strada Maestra” (verso Oriente).
Di tanto in tanto, da lontano, scorgevano la Strada Maestra tra gli alberi.
Era deserta e non incrociarono nessuno. Circa due ore più tardi Gork gridò
in tono accusatorio a Centurio che aveva fame.
«Cerchiamo di percorrere più strada possibile finché il sole è alto», disse il
gladiatore. «Questi alberi fanno passare pochissima luce e noi dobbiamo
sfruttare tutta quella disponibile per evitare di perdere tempo. Quando la
luce si affievolirà, ci accamperemo e cercheremo di procurarci del cibo.»
Trovare acqua potabile non si rivelò un problema. Il rumore dei rigagnoli
che scorrevano nei loro letti li accompagnò con costanza per tutto il tragitto.
Dopo un po' incontrarono un torrentello che la strada maestra superava
grazie a un piccolo ponte. Per non scoprirsi decisero di guadarne le acque
gelide all'ombra degli alberi.
Di tanto in tanto si riposavano per pochi minuti, durante i quali tutti
bevevano e riprendevano fiato.
Mi concentro
ora sul tema che più mi interessa di un libro: i personaggi.
O, in questo caso, i "non personaggi" del romanzo.
Il loro debutto comincia anche bene: vengono introdotti con il giusto mistero, il giusto alone di inspiegabile, oscuro, magico. Quando i sette si ritrovano al cospetto di Auriel, di loro non sappiamo pressoché nulla, conosciamo giusto il loro nome e abbiamo una vaga idea della loro origine. Io, personalmente, mi aspettavo di poter ricostruire l’identità dei personaggi poco alla volta, aggiungendo i vari tasselli pagina dopo pagina (insomma, la stessa aspettativa che si aveva sull’ambientazione). Il problema è che, invece, l’alone di mistero persiste per tutto il racconto, diventando una costante sgradevole: dei personaggi non si viene a sapere niente. Dopo 300 pagine di romanzo è come se fossimo ancora alla prima pagina.
Il gruppo trascorre insieme due settimane di viaggio, eppure non hanno un minimo di rapporto l’uno con l’altro: nessuno parla davvero con nessuno, si limitano a un paio di discorsi ripetitivi e quasi inutili, non ci svelano nulla, né della loro vita né del loro modo di essere. Per tutto il libro restano quasi invariati, freddi nel loro modo di essere, senza creare nessuna vera amicizia, o anche simpatia, o empatia o qualunque cosa. Ecco, il termine corretto per descriverli è “freddi”: sono fissi, morti, congelati.
Solitamente trovo sempre un personaggio che attira la mia attenzione, con il quale creo un legame emotivo nel corso delle pagine… Qui zero. Capisco che l’autore abbia voluto presentare dei personaggi egoisti, marci dentro, privi di uno scopo comune e quindi non interessati a conoscersi… Ma è davvero possibile trascorrere così tanto tempo insieme senza sviluppare un minimo di rapporto? Credo che sarebbe naturale e spontaneo, soprattutto per i quattro umani, instaurare una qualche forma di comprensione reciproca.
O, in questo caso, i "non personaggi" del romanzo.
Il loro debutto comincia anche bene: vengono introdotti con il giusto mistero, il giusto alone di inspiegabile, oscuro, magico. Quando i sette si ritrovano al cospetto di Auriel, di loro non sappiamo pressoché nulla, conosciamo giusto il loro nome e abbiamo una vaga idea della loro origine. Io, personalmente, mi aspettavo di poter ricostruire l’identità dei personaggi poco alla volta, aggiungendo i vari tasselli pagina dopo pagina (insomma, la stessa aspettativa che si aveva sull’ambientazione). Il problema è che, invece, l’alone di mistero persiste per tutto il racconto, diventando una costante sgradevole: dei personaggi non si viene a sapere niente. Dopo 300 pagine di romanzo è come se fossimo ancora alla prima pagina.
Il gruppo trascorre insieme due settimane di viaggio, eppure non hanno un minimo di rapporto l’uno con l’altro: nessuno parla davvero con nessuno, si limitano a un paio di discorsi ripetitivi e quasi inutili, non ci svelano nulla, né della loro vita né del loro modo di essere. Per tutto il libro restano quasi invariati, freddi nel loro modo di essere, senza creare nessuna vera amicizia, o anche simpatia, o empatia o qualunque cosa. Ecco, il termine corretto per descriverli è “freddi”: sono fissi, morti, congelati.
Solitamente trovo sempre un personaggio che attira la mia attenzione, con il quale creo un legame emotivo nel corso delle pagine… Qui zero. Capisco che l’autore abbia voluto presentare dei personaggi egoisti, marci dentro, privi di uno scopo comune e quindi non interessati a conoscersi… Ma è davvero possibile trascorrere così tanto tempo insieme senza sviluppare un minimo di rapporto? Credo che sarebbe naturale e spontaneo, soprattutto per i quattro umani, instaurare una qualche forma di comprensione reciproca.
«Mentre eri svenuto abbiamo parlato della tua condizione», disse
Centurio. «È meglio che tu non prosegua il viaggio insieme a noi.»
[...] «Vorreste lasciarmi nella prima città senza la certezza che torniate a
prendermi?»
«Non è così, cercheremo di farlo», disse Centurio.
«Ma se questo non fosse possibile, allora sarete costretti a lasciarmi qui.
Magari a malincuore.»
Inoltre,
vorrei sottolineare come i sette protagonisti siano difficilmente distinguibili
l’uno dall’altro: a eccezione di Butch (che nel suo essere piagnucoloso è oltremodo
irritante), tutti gli altri sono identici l’uno all’altro; nonostante
provengano da epoche e mondi variegatissimi (e opposti) nessuno di loro ha
praticamente alcun tipo di scontro culturale con gli altri. Si adattano tutti
tranquillamente a una situazione insensata e improvvisa e tutti si comportano
in modo molto simile. Per intenderci meglio: un gladiatore ricco (Centurio) non
dovrebbe avere un carattere, delle abitudini, un’ideologia distinta da un
cacciatore capotribù di un villaggio africano (Zuma)? Le differenze non si
notano.
Per quanto riguarda la mancanza di una "psicologia emotiva", forse è un po' una nostra fissa, forse io e Marta siamo troppo abituate a personaggi che “si sentono” nel racconto? Qui non abbiamo sentito nulla e nessuno. Ci siamo trovate di fronte a dei personaggi inesistenti, che abbiamo ripudiato. Volontario da parte di Magliulo l’odio nel lettore suscitato dai sette? Eppure… come può piacere un romanzo se tutti i personaggi vengono solo detestati?
Per quanto riguarda la mancanza di una "psicologia emotiva", forse è un po' una nostra fissa, forse io e Marta siamo troppo abituate a personaggi che “si sentono” nel racconto? Qui non abbiamo sentito nulla e nessuno. Ci siamo trovate di fronte a dei personaggi inesistenti, che abbiamo ripudiato. Volontario da parte di Magliulo l’odio nel lettore suscitato dai sette? Eppure… come può piacere un romanzo se tutti i personaggi vengono solo detestati?



